Crash, boom, bang Detroit

Detroit
E’ saltata in aria Detroit. La città più potente del Michigan, una delle più famose d’America, ha dichiarato bancarotta il 18 Luglio scorso. Un buco municipale da 18/20 miliardi di dollari, la peggior bancarotta cittadina di sempre nella storia Usa. Una ”city” che negli anni cinquanta contava 2 milioni di abitanti, oggi ne ospita poco più di settecentomila. Ma come è potuto succedere? Se si va a leggere, solo gli esperti di economia e finanza ne capiscono qualcosa. Tra le cause ci sarebbe lo spopolamento progressivo dei quartieri, la crisi bruciante del 2008, il crollo del settore automobilistico di cui la città era la portabandiera. Si punta il dito contro i prestiti contratti per coprire il deficit cittadino e per fornire i servizi. Nelle casse municipali mancano 162 milioni di dollari, che diverranno secondo le previsioni circa 386 milioni nel giro di pochi mesi. Il massimo ottenibile dagli ex dipendenti, dai creditori, dai pensionati, dai malati è il 10 % di ciò cui avrebbero diritto. Niente più pensioni, addio ai 9 miliardi di dollari d’assistenza sanitaria, niente manutenzione delle opere pubbliche. Niente di niente, non ci sono più soldi.
Unica cosa da fare è appigliarsi al capitolo IX della costituzione e dichiarare bancarotta al Congresso. Il Michigan ha dato tutto in mano a un commissario speciale (tale Kevin Orr), il quale ha addirittura pensato a vendere i beni dell’Institute of Arts, roba da 2 miliardi di dollari in cui spiccano opere di Van Gogh, Matisse e Andy Warhol (la famosa casa d’aste Christie’s ha già contattato l’amministrazione del museo). Per avere subito un po di liquidità in mano si potrebbe anche ”vendere” l’aeroporto Coleman Young, il parco Belle Isle, lo zoo, lo storico Fort Wayne. Il sindaco di Windsor, Canada, ha da poco proposto l’acquisto di metà del tunnel che collega la sua città alla capitale del Michigan, il tutto per dare un po’ di verdoni nelle mani della povera Detroit… ma come? Stiamo parlando di Detroit? Quella Detroit?
La città di Eminem e 8 Mile, nata nel 1701, la patria della Ford, delle prime macchine made in Usa, la capitale della Motown Records (sotto cui passarono leggende come i Jackson 5, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Diana Ross), la sede della General Motors, del Fox Theatre, dei live bar storici come il Dte Energy Music o del Palace of Auburn Hills, casa NBA dei Pistons? In questa città suonò Jhon Lee Hooker, Iggy Pop e crebbero artisticamente gente come Madonna o i White Stripes. A Detroit c’è un bel pezzo di storia a stelle e strisce, per le strade si respirava l’essenza del sogno americano, partendo dai cowboy con la colt e gli speroni fino al più moderno ragazzo anni ’50 tutto macchina, rock’n’roll e hamburger. Tra le sue strade sono stati costruiti gli Stati Uniti veri, quelli tosti, sporchi di petrolio e olio dei motori, al volante di macchine sempre più perfette con le sagome dei grattacieli all’orizzonte.
Ora tutta questa poesia,tutta questa storia è morta. Quei lavoratori che hanno faticato due secoli per dare il futuro in mano ai loro figli, proprio quelli, i veri monumenti del duro lavoro, si stanno rigirando nella tomba. L’economia, lo spietato giudice del 2000, ha parlato: Detroit è fallita. Game over. Una delle più americane delle città è caduta sotto i colpi della crisi economica, quella prodotta delle speculazioni dei suoi figli viziati e accecati dal dio dollaro. E’ tutto qui, lo spettacolo è finito. Ora bisognerà iniziare da zero… e stavolta non sarà facile.
Stefano Turriziani

 

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