Tra disintossicazione e il sorriso di un bimbo: cronaca di una giornata senza iPhone

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Devo ammetterlo, è stato tutto per caso. Non per volontà. Non credo di essere abbastanza forte al punto di poter rinunciare al mio smartphone, ormai diventato una necessità assoluta per chiunque lo utilizzi per lavoro (ma non solo). Nello specifico l’iPhone 5, un capolavoro di tecnologia a cui se ti abitui diventa quasi impossibile rinunciare. Una sorta di droga non classificabile naturalmente come tale, dati i vantaggi straordinari che consente e la svolta positiva che ha dato alla vita di tutti i giorni per chi ne fa uso. Ogni tanto, però, guardarsi anche attorno può far bene. Ormai anche un generico autobus o una metropolitana sono luoghi pullulanti di persone che a qualsiasi età non fanno altro che manovrare col cellulare. Il sottoscritto compreso, ovviamente. D’altronde è la vita quotidiana del 21esimo secolo, bellezza. Eppure, due giorni fa mi capita l’irreparabile. In viaggio fuori città, porto con me il caricatore, ma per l’appuntamento arrivo con l’iPhone al 5% di batteria e decido di spegnerlo. “Lo caricherò più tardi”, dico a me stesso, intanto lo lascio rifiatare. Non l’avessi mai fatto. Perché quando poi il procedimento naturale della ricarica non funzionava e il telefono è come morto, allora la serenità si è tramutata in tragedia con la velocità di Bolt sui 100 metri. Peraltro, fuori città e dovendo rientrare. Una Caporetto tecnologica. La disperazione non si è fatta attendere, il “si può solo passare dall’assistenza” del Centro Apple era Cassazione. Beh, cosa fare? Ne ho approfittato per godermi le persone attorno a me, i luoghi attorno a me. A testa alta e non puntata sull’iPhone. Sensazione di disintossicazione, mista al pensiero della tragedia di avere il telefono inutilizzabile. E poi il viaggio di ritorno in treno, in cui ti accorgi anche di quanto possa essere bella una campagna ben curata nell’Italia che nessuno considera. Mi sono goduto tutto, al 100%, promettendomi che all’iPhone avrei pensato solo all’indomani. Come quando di fronte a me si è accomodata una mamma affaccendata (al telefono, tanto per cambiare) con il proprio figlio di colore, sui 5-6 anni, maglietta rossa. Mi guardava con la sontuosa curiosità di un bambino, il trionfo del fanciullino di Rousseau (se non sapete cosa sia, rimediate. Subito). Si divertiva a fare qualche smorfia, a tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi nelle gallerie, ridendo di fronte a qualsiasi mio sorriso. Un inno alla vita. Senza che il bambino urlasse o sbraitasse. Semplicemente, il piacere di sorridere. E senza guardare l’iPhone. Ogni impedimento è giovamento. Beh, forse a volte è proprio vero…

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