Road to Brazil – Un nuovo (risorto) Ronaldinho

dinho

Ronaldinho. Sempre lui. In Brasile esplose come Ronaldinho Gaucho, in Italia fu chiamato Dinho. Quello che conta è che adesso è vivo, in pista, più che mai. E’ grazie a giocatori come lui che il calcio regalerà sempre la speranza di un tocco di genio a sorpresa, un dribbling sorpendente. Con Ronaldinho sai che la genialità sarà messa in pratica, prima o poi. Questa caratteristica morirà soltanto quando Ronaldinho lascerà il calcio. Perché la speranza è l’ultima a morire. Fu così anche per Ronaldo, al Corinthians. Appesantito e lento, d’accordo, ma ogni volta che il pallone arrivava a lui accadeva qualcosa fuori dal comune. Ronaldinho fa parte di questa stessa categoria, formata da quei giocatori che portano con sé una pozione magica nei pieni.

Ronaldinho è risorto, signori. E lo ha fatto in un modo improbabile, imprevedibile. Era tornato in Brasile nel 2011, al Flamengo, ma con problemi fuori dal campo. In più, la società non aveva più soldi per pagarlo puntualmente. Dinho non gradiva, fingeva di giocare, non era lui. L’addio fu inevitabile e burrascoso. Poi, l’arrivo all’Atletico Mineiro. Il Galo ha scelto di rischiare e lo ha preso, un club che aveva vinto l’ultimo trofeo importante nel 1971, un Campeonato Brasileiro.

Ronaldinho ha cambiato pelle all’Atletico. Ha fatto vedere le sue cose migliori da quando lasciò il Barcellona. La squadra ha letteralmente incantato, trascinata da lui. Perché Dinho è tornato a sorridere in campo, la tifoseria – una delle torcide più calde del Brasile – lo ha esaltato. E quando la mamma di Ronaldinho è stata male, è aumentato il feeling tra tifosi, club e Dinho. Tutto a gonfie vele. Fino alla vittoria – inaspettata – della Copa Libertadores, la Champions del Sudamerica, un trionfo incredibile. Alla fase a gironi, l’Atletico Mineiro ha fatto cose superbe. Meravigliose. Ronaldinho ha incantato, una stella che brillava in campo. Poi nei quarti di finale, nella semifinale e in finalissima, il titolo sembrava allontanarsi. Nelle prime due tappe, il portiere Victor ha dovuto parare dei rigori per regalare il passaggio del turno ai suoi. E Ronaldinho ha brillato meno. In finale era stanco, contro l’Olimpia. Ma la certezza del titolo è arrivata proprio da una sua imbeccata, l’ultimo lancio, ma quello giusto. Perché all’andata il Galo ha perso 2-0 in Paraguay, al ritorno – a Belo Horizonte – al 42esimo del secondo tempo ha trovato il 2-0 per pareggiare il risultato.

E poi i supplementari, i rigori. Per un vero tormento, emozioni uniche. L’ultima traversa dei paraguaiani ha regalato il trionfo, l’Atletico lo aspettava da 42 anni. Ronaldinho è stato semplicemente decisivo, non ha avuto bisogno di calciare un rigore. Era già stato determinante. E’ risorto quando tutti meno se lo aspettavano. Non sarà il Ronaldinho che fu il migliore al mondo, d’accordo, ma Dinho ora è tornato protagonista, sognando magari il Mondiale. E il calcio ringrazia.

Valter Junior

[Valter Junior è un giornalista brasiliano. Collabora con Metro Brazil e per Buulb.com racconta nel suo diario dal Brasile la crescita, le novità e le storie di un Paese che sarà il centro del mondo dello sport nei prossimi mesi e nei prossimi anni, tra la Coppa del Mondo e le Olimpiadi]

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